ARENA "Double vision" 2018


Da una costola  del vecchio sound di Marillion e Pendragon, la band inglese di Clive Nolan continua a mietere godibilissima Musica. Partiti oltre 20 anni fa con un Prog classico, hanno saputo rinnovarsi e trovare un punto d’incontro anche tra gli estimatori di un Rock più contemporaneo come gli attuali Asia e Threshold. Notevole è stato l’innesto alle vocals di Paul Manzi, che ha saputo imprimere maggiore empatia (soprattutto in studio) al freddo cantato di Rob Sowden, firmando i 3 ultimi album come tra i più riusciti della loro discografia. Il carattere più commerciale degli ultimissimi lavori viene ora ulteriormente rielaborato per convogliarlo come trade-union con il lavoro capolavoro datato 1998: “The visitor”. L’album fondamentalmente evidenzia la presenza di una lunga suite di oltre 20 minuti e l’assenza di importanti solos chitarristici di John Mitchell.
Si parte forte con “Zhivago wolf”: arpeggi fatati di Nolan, armonie vocali irresistibili e le corde elettriche che  tessono e ricamano ad arte le trame di un ‘epica apertura. La successiva “The mirror lies” è affidata invece ad un arpeggio chitarristico vincente, capace di trainare il pezzo (con il bellissimo cantato di Manzi) in una ballata vincente, e sono i tasti d’avorio di Nolan  qui a ricamare sortite epiche. La debole “Scars” si fa notare per l’unico solo di Mitchell, in grande evidenza. Il dialogo tra la frase di un organo e quella di un riff chitarristico fondono e fondano la successiva “Paradise of thieves”, arricchita anche di un refrain vincente. “Red eyes” è Arena 100%: composizione variegata e complessa (alla Yes)  tra organi solenni, drumming vivace, vocoder, arpeggio gilmouriano di sottofondo…La più pacata ed acustica “Poisoned” funziona da detonatore ed apripista alla lunga suite di “The legend of Elijad shade”divisa in 7 parti: i fasti dell’epiche “Sirens” o “Jericho” sembrano rivivere nella parte iniziale (“Veritas”), la parte seconda (I am here”) è una ballata eccezionale che vede ancora Manzi in grande spolvero come nella successiva (“Saevi manes”) potenziata da un gran lavoro dei tasti magici di Nolan, atmosferica è invece la quarta parte (“It lies”) con sopraffino lavoro di Mitchell alle corde elettrificate e puntuali risposte tastieristiche, i ritmi accelerano con “Tenebrae” che contene un bel motivo di Mitchell, “Omens” introduce con favolosi motivi beethoveniani la progressiva e finale “Redemption” che ci ricorda anche di un Mitchell apparso un po’ troppo illustre ospite. Ed è forse questo l’unico rammarico di uno splendido lavoro che poteva essere firmato solo Nolan e Manzi, considerando che anche il bassista storico Jowitt ha lasciato il posto a Kylan Amos.
Best tracks: “Zhivago wolf”, “The mirror lies”, “The legend of Elijad shade”. 8/10