PINK FLOYD "The endless river" 2014

Sembrava che la storia discografica dei PF (anche l' ultima senza Waters) fosse terminata con “The Division Bell” del 1994 . La morte successiva  e prematura del timido ma brillante tastierista Richard Wright non poteva che suggellare questa tesi. Invece Gilmour, che già aveva in qualche occasione ricostruito almeno formalmente e più civilmente i rapporti con Waters, spiazza tutti con l’esigenza di dedicare e riconoscere ufficialmente i meriti di Wright nel Sound floydiano, recuperando vecchie registrazioni del 1993 e rielaborarle poi con il marchio Pink Floyd. Gilmour e Mason si accompagnano a Phil Manzanera, Youth ed Andy Jackson per la selezione dei pezzi e gli stessi, seppur in modo marginale, contribuendo anche  sugli strumenti.
L’album è strutturato in 4 parti, quasi interamente strumentale.
Si parte con “Things left unsaid”, intro di effetti che funge anche da raccordo con quello che sarà l'epilogo, e si prosegue con “It’s what we do” quasi  a far saper subito chi sono o, forse, chi erano. Forti i rimandi al periodo “Wish you were here” con le raffinate keys di Wright. La breve intermission  “Ebb and flow” introduce la convincente “Sum”. Un "benvenuto alla macchina" con una grande ritmica dettata dai tom di Mason e poi l' organo ipnotico di Wright,  le estensioni chitarristiche di Gilmour ed i vari  sequencer a rimandare al Sound che li ha resi celebri. Il brano conduce all'altra bellissima ritmica tribale e percussiva impartita da Mason in “Skins”.  “Unsung” è un breve dialogo delicato tra Wright e Gilmour con vaghe reminiscenze ed inquietudini di “Echoes”. Si giunge con “Anisina” alla fine della parte 2. Il pezzo è proprio del “The division bell” Sound, impreziosito da clarinetto e sax tenore e concluso con la chitarra “a tutto tondo” di Gilmour. “The lost art of conversation” è una bella e breve composizione di Wright al piano dagli accenti lievemente jazzistici. “On noodle street” una sorta di delicato e breve swing su tappeti di synth floydiani e “Night light” un altra breve intermission di effetti che conduce a “Allons-Y 1”. Qui i rimandi al periodo “A saucerful of secrets “ e poi di “Animals” si fanno piu intensi, chitarra ritmica di Gilmour in evidenza per una cavalcata davvero coinvolgente. Con “Autumn ‘68” (no Summer!) i brividi affiorano davvero: pipe organo sensazionale di Wright puntellato da Gilmour alle 6 corde. Si ritorna sulle note di “Allons-Y 2” per introdurre il vero decollo: “ Talkin’ Hawking”. Pezzo costruito su un giro di accordi al piano e perfettamente armonizzato, bilanciato ed impreziosito da cori favolosi, stridule chitarre e voci sintetizzate (è quella di Stephen Hawking!), struggente gioiello. Con “Calling” inizia l’ultima parte, forse quella più interessante. Note inquietanti dalla chitarra straziante di Gilmour aprono le strings in Vangelis–style. Il brano prosegue con il bellissimo ed ipnotico contrappunto di accordi di “Eyes to pearls” sui bellissimi tappeti di effettistica, hammond organo e farfisa. La successiva “Surfacing” gira su un bell’arpeggio di chitarra acustica, tappeti di sintetizzatori e gli immancabili suoni striduli della chitarra solista di Gilmour. È il brano etereo che introduce la conclusiva e cantata “ Louder than words”.  Una ballata floydiana con avvincente refrain, cori e piano, e conclusa con assolo controllato di Gilmour. “E’ più forte delle parole”, si, quest' album e di ogni vicissitudine legata al loro percorso artistico e non. La loro musica ha parlato sempre meglio di tutto ed anche in questo caso il risultato è lo stesso: tanta emozione. Waters scuoterà ancora il capo nell’ascoltare questa Musica oramai compassata, bella ma quasi stucchevole come la cover dell’album, d’altronde. Eppure, dalla rottura del 1983, il marchio Pink Floyd di Gilmour produce questo: bella musica floydiana ma priva della concettualità, della sperimentazione, delle geniali intuizioni ed innovazioni dettate da Waters. Un album bello, mai gridato ma raccontato, accennato (la stessa chitarra di Gilmour non invade e non domina come nei precedenti lavori), magistralmente costruito e prodotto (cura sconvolgente dei dettagli: basti pensare alla fusione dei pezzi, come il passaggio tra "Unsung" e "Anisina") ed onesto, si,  per dare un ultimo regalo ai fan e soprattutto un tributo all’amato Richard Wright.
Best tracks: "Sum", "Autumn '68", "Talkin' Hawkin", "Calling", "Eyes to pearls", "Surfacing", "Louder than words". 8/10