AYREON "The source" 2017


Il Guru olandese Arjen Lucassen partorisce l’ennesimo concept album con le sue amate radici fantascientifiche. Mondi, scenari  e personaggi fantascientifici sono il timbro del suo progetto Ayreon da oltre 20 anni e, nell’astrusità e complessità della sua musica, il simpatico polistrumentista ha saputo ritagliarsi coerentemente e devoziosamente il suo pubblico affezionato. Ancora una volta cattura in sala di registrazione molti cantanti noti (vi spicca ancora James LaBrie) per l’interpretazione dei diversi personaggi che si avvicendano nella sua fantastoria, ma questa volta anche autentici guitar-heroes come Guthrie Govan e Paul Gilbert e special guest come Mark Kelly dei Marillion. L’album abbandona le sonorità più prog ed elettroniche di “The theory of everything” o del suo solista “Lost in the new real” e si reimmerge nelle atmosfere pompose, folkeggianti ed anche metal, molto metal. L’album è lunghissimo ed articolato in doppio CD, e come sempre packaging curatissimo. La prima traccia “The day that world…” ne sintetizza bene l’intero album: riff portentosi ed avvincenti, bel solo di Mark Kelly e poi spazio a quello chitarristico. La successiva “Sea of machines” ha una struttura più folk evidenziata dal violino di Ben Mathot ma poi si snoda su un arpeggio di chitarra davvero trascinante, ripreso poi in “The human compulsion”. “Everybody dies” Ayreon 100%. “Star of Sirrah” epica ed articolatissima, con bel guitar solo. Il folk di “All that was” cavalcato dalle due vocalist femminili. Tra i pezzi più tirati c’è la successiva “Run apocalypse run!”, che contiene un bel keyborad solo. La conclusione del primo CD è affidata a “Condemned to live”, tra i pezzi più riusciti e bell’intervento di LaBrie. Il secondo CD inizia senza particolari discostamenti con quanto finora descritto. Segnalo 2 bei soli di tastiera e chitarra in “The dream dissolves”, l’orientaleggiante “Deathcry of a race” e la molto purplelliana “Into the Ocean”. L’incedere atmosferico di “Bay of dreams” introduce la mettallara “Planet Y is alive”. Poi continua ancora, ma è decisamente troppo… Arjen si dilunga troppo e appesantisce (anche per esigenze liriche), rendendo poi poco “digeribile” l’inevitabile complessità di progetti così ambiziosi quanto lodevoli.
Best tracks: "The day that the world...", "Sea of machines", "Condemned to live". 6/10