ROGER WATERS "Is this the life we really want?" 2017


Nel corso di questi 25 anni di attesa dall’ultimo album in studio, Roger dichiarò più volte che aveva diverso materiale pronto per essere registrato e farne un nuovo disco: lo fece addirittura dopo l’uscita di “Amused to death”, poco prima e dopo l’opera “Ca ira”, e durante l’ultimo megatour di “The wall”. La sensazione era quella che in realtà avesse difficoltà a dare un senso ai pezzi, perché uscisse con un concept che lo convincesse appieno. D’altronde si parla di un artista che in soli 6 anni, tra il 1973 ed il 1979, aveva partorito 4 autentici capolavori con i Pink Floyd.
Nel suo processo evolutivo (non solo musicale, ma umano) Roger Waters sorprende ancora, a 73 anni suonati è capace ancora di rinnovarsi e di rimettersi in discussione. Dichiarò negli ultimi tempi che il suo lavoro era quasi completato, come radiogramma in cui un vecchio irlandese portava in giro per il mondo il nipote cercando delle risposte a domande fondamentali. Questo radiogramma invece divenne solo la demo per quello che sarà il produttore di quest’ultimo album: Nigel Godrich. Non è mai stato un segreto l'apprezzamento di Rog per “Ok computer” dei Radiohead ed insieme al suo nuovo e giovane direttore artistico, Sean Evans, contattò il loro storico produttore (un vero “Deus ex machina”) prima per il mixaggio di “The wall-live” ed ora per la produzione di questo “Is this the life we really want?”. Immaginare Roger Waters farsi guidare nella scelta dei pezzi, dei musicisti, negli arrangiamenti…è già clamoroso, ma intelligentemente capì che l’album doveva uscire con un suono più contemporaneo, diverso ancora da tutto quello che aveva già fatto. Pezzi relativamente brevi, nessun assolo di chitarra, niente di roboante, niente di palesemente, dico palesemente, floydiano (in realtà c'è una miscela di accenni all'intera storia floydiana). Ci sono tutte le minuzie watersiane invece: voci radiofoniche, urla, gorgheggi, vetri frantumati, allarmi, gabbiani e gli incessanti ed inesorabili ticchettii dell’orologio, del tempo che passa e scandisce… il bel “timing sussurrato” del nuovo batterista Joey Waronker. I musicisti del megatour di “The wall” sono stati tutti sostituiti da quelli nuovi della scena statunitense, fidi di Godrich: Jonathan Wilson (chitarre), Gus Seyffert (basso), il duo Lucius (cori) e soprattutto Roger Manning e Lee Pardini (alle tastiere) che si riveleranno nevralgici nel suono dell’intero album. Sono le tastiere a svolgere ruolo predominante e fondamentale nell’articolazione dei pezzi, il piano scandisce e puntella i testi bellissimi e, come sempre, angosciati ed irriverenti di Waters. E’ un Waters meno prolisso e più immediato e la cover dell’album spiega bene questo: l’intenzione è quella di imparare a leggere tra le righe, a cogliere l’essenziale. Cos’ è essenziale? Il tema sociale e  politico è concentrato ora sulla Paura, la Paura che divide e ci rende muti, piccoli ed “insignificanti”  come formiche di fronte ad una vita “ingiusta”. La domanda che apre l’album è appunto: “Perché i bambini vengono uccisi?”. “When we were young” è il breve intro ripetuto da una voce occlusa e che poi si definisce, si coglie quella “Speak to me” che apriva “The dark side…”…i riferimenti ai Floyd ci sono su tutti i pezzi, brevi accenni con un intento che si svelerà! Nella successiva “Deja vu” Roger si immagina Dio, cosa avrebbe potuto fare di meglio se questi uomini vanno per autodistruggersii…”se fossi un drone avrei paura di trovare qualcuno a  casa, forse una donna in cucina, che cuoce il pane, prepara il riso o semplicemente bolle alcune ossa”, mentre i banchieri ingrassano, mentre il Tempio è in rovina. Musicalmente il pezzo è una ballad intimista: voce, chitarra, piano e archi (bellissimi quando questi “decollano con il drone”). Forte richiamo a “Mother” ma anche alle sonorità tipiche dell’intero “The final cut”. Il ritmo ipnotico e struggente di “The last refugee” è già punta di vertice nell’album. Il corpicino senza vita del piccolo Alan Kurdi, riverso su una spiaggia turca, è l’ispirazione sul tema dei migranti. Il sogno di una donna che dice “addio” al figlio mentre dà un ultimo sguardo al mare. La voce di Waters è emozionante, il piano accompagna, ma il levarsi finale degli archi che sembrano ondeggiare sono la perla sensazionale del pezzo, che termina tra i sibili dei gabbiani. La tensione cresce e le sonorità si fanno anche più rock con “Picture that”, song di denuncia sugli orrori contemporanei: “i danni dei social network con i suoi followers e la smania di filmare qualunque cosa”, “leader politici senza cervello”… Forte il richiamo alle sonorità di “Animals”, le tastiere spaziano ariose nel ritmo incessante e claustrofobico, spazio anche per i cori tanto cari a Roger, e le rullate finali di Mason, ehm, Waronker! Suoni tribali introducono “Broken bones”, altra ballad per voce, chitarra acustica ed archi in cui si inseriscono le urla watersiane, quelle rabbiose ed insanguinate. Roger canta alle nuove generazioni di gettare quello che i loro padri hanno costruito, perché la Seconda Guerra Mondiale non sembra sia servita, perché l’Umanità non sa essere libera e con le ossa ancora rotte  “Non possiamo portare indietro l’orologio, non possiamo tornare indietro nel tempo, ma possiamo dire: vaffanculo, non ascolteremo le vostre stronzate e menzogne”. In quest’ atmosfera di denuncia e protesta, può iniziare il vertice lirico e musicale dell’album: prima con “Is this the life we really want?” e poi con “A bird in a gale”. La prima è una poesia musicata all’interno di un ritmo ipnotico e drammatico, puntellato meravigliosamente al piano ed inserimenti straordinari degli archi, il parlato di Roger diventa sempre più straziante e magnetico. Le note elettriche della chitarra strimpellata in modo ossessivo e delicato rimandano tanto ai Radiohead, tanto. La paura è il tema del pezzo: quella paura che ci tiene tutti in linea, fermi e muti come formiche: le formiche ora si aggiungono tra cani, maiali, pecore…quelli di orwelliana memoria! “L’oca è grassa” ma “la paura spinge i mulini dell’uomo moderno…la paura di tutti quegli stranieri, la paura dei loro crimini”, e “ogni volta che un imbecille diventa presidente, uno studente viene investito da un carro armato, un giornalista imprigionato, ogni volta che qualcuno muore per raggiungere le chiavi…”, è colpa delle formiche che siamo, “incapaci di distinguere il dolore che altri provano, per esempio, nel tagliare le foglie…e storditi dai reality”. “E’ perché siamo tutti in piedi, silenziosi ed indifferenti”. Il secondo pezzo canta echi di possibile fuga ma un destino avverso non è neutralizzabile. Siamo uccelli in una gabbia e fuori “Il cane gratta alla porta, il bambino annega in mare, posso addormentarmi sul pavimento?, nella storia c’è posto per me?”. Musicalmente il pezzo più sinistro, astruso dell’intero album: le note del piano dettano l’allarme, il cantato sembra deviato come le sonorità distorte all’interno di un atmosfera straziante, clustrofobica. Neanche gli echi di campane redimono nell’incessante ticchettio di una macchina agghiacciante: sembra quella di “Welcome to the machine”! Il clima si addolcisce con la successiva e bellissima “The most beautiful girl in the world”, già alle prime note al piano tanti brividi sulla condizione della donna, cosi’ delicata ed ambigua. Un pezzo che potrebbe stare benissimo in “Amused to death”, piano, archi e cori femminili nel finale. “Smell the roses” è il primo single, l’unico pezzo effettivamente subito etichettabile ed a forte richiamo floydiano, con il suo giro alla “Have a cigar”… ma c’è spazio anche ai cani e ad un brevissimo  accenno chitarristico stridente, alla Gilmour ecco! Dopo tanta Compassione e Colpa è il momento di cercare Soluzioni e la soluzione è l’Amore. Non in senso pleonastico e popolare ma “È un viaggio che parla della natura trascendentale dell’amore. Di come l’amore ci può aiutare a passare dalle nostre attuali difficoltà a un mondo in cui tutti possiamo vivere un po’ meglio”, e ancora “L’amore, se siamo abbastanza fortunati ad essere esposti ed abbastanza coraggiosi da abbracciarlo, ci può trascendere dal mondano al sublime” ci spiega Roger Waters. Gli ultimi 3 pezzi sono in realtà collegati, è una suite ma non lo risulta formalmente (altra piccola novità). La sublime cantilena di “Wait for her” è giocata su un breve e ripetuto giro di accordi al piano, “raccontata” in un atmosfera rarefatta e garbata accompagnata dall’acustica e dai gabbiani in sottofondo, con un refrain irresistibile e solenne. Aspettare una donna e prendere coscienza dell’importanza del suo amore, saperlo riconoscere, perché a lei sono riservate le speranze di un mondo migliore. “Oceans apart” è il brano di raccordo con la voce più "nasale" di Roger e “Part of me died” chiude più “convinto” le speranze di “Wait for her”. Questo disco si chiude così, nell’emozione di conoscere la potenza che suscita e trasmette  la vita ed il valore di un uomo, di un artista superiore: Roger Waters. Il Waters di “Siamo tutti cani rognosi meritevoli dell’estinzione” è lo stesso che dice “Solo l’amore può salvarci”, forse niente di illuminante, ma l’uomo Waters è quello che  a quasi 74 anni supera la sua fama,  e lotta ancora in prima persona contro tutti i folli Poteri che hanno fatto diventare la morte di suo padre la morte di tutti i deboli e gli innocenti. Roger non ha regalato un altro bel disco Rock dalle schitarrate che si fanno ricordare, ma un piccolo, diverso gioiello musicale in cui prevale delicata la coesione dei tanti dettagli che si fanno apprezzare solo meglio in cuffia. Godrich questo lo ha capito fin da principio ed ha saputo valorizzarlo e realizzarlo al meglio.
Best tracks: "The last refugee", "Is this the life we really want?", "A bird in a gale". 8/10