Quasi 40 anni di vita artistica assieme, fedelissimi. Anche i Rush lo erano, ma erano in tre. I Marillion mantengono la stessa line-up da quattro decadi: dalla breve “Era Fish” è il tredicesimo album da studio con Hogarth alla voce, e gli altri quattro inossidabili al loro posto sempre vivi, sempre ispirati, sempre appassionati, sempre fantastici. La storia dei Marillion è davvero fantastica: dal vivo lasciano sempre prove memorabili, suonano divinamente, come un orchestra; in studio si riuniscono ogni 3-4 anni e sfornano un nuovo album che quando non è un capolavoro è comunque bello ed emozionante. Sempre composti, sempre imperturbabili, una band che ha ormai il suo pubblico fedelissimo e non scende certo ora a compromessi.  Dopo il mastodontico e meraviglioso “FEAR” era  difficile ripresentarsi all’altezza. Ebbene, ci sono riusciti, ancora una volta! Più conciso ma sempre ricco. Nel corso degli anni il loro Prog abbandona sempre più la formula canzone e/o i tecnicismi fine a se stessi per orientare la loro musica in una formula più cinematografica, capace di insonorizzare immagini, di accompagnare una scena. Ogni pezzo è atomizzato al midollo e si articola minuziosamente, sfaldandosi e poi ricomponendosi. E’ difficile ricordarne uno proprio per la sua struttura complessa ed articolatissima. L’inizio è una bomba atomica (si fa per dire di un brano che canta proprio i problemi del nostro Pianeta): “Be hard on yourself” è tra le loro migliori produzioni di sempre. Parte con solenni cori femminili per lasciare lo scettro ad un arpeggio tastieristico a dir poco trascinante. L’inconfondibile timbro vocale di Hogarth mena le danze inseguito da un Mosley più scalpitante che mai. La chitarra di Rothery fraseggia poesia nei paraggi, come sempre. Kelly non si lascia pregare per un intermezzo intimistico ed ipnotico, solo preparatorio per un finale a dir poco sfuriato. Applausi scroscianti  a tutti! “Reprogram the gene” passa inosservata dopo un inizio simile, ma dopo ripetuti ascolti ha il suo perché, nel suo piccolo. Rimanda al periodo “Afraid of sunlight”, quella leggerezza pop quasi strumentale dopo un inizio così emozionalmente impegnativo. Quaranta secondi di cinematografici “Only a kiss” introducono l’hit single “Murder Machines”, sbarazzina nel suo motivo ripetuto per farsi cantare live, non manca il Rothery d’annata. La seconda metà dona il meglio e “The crow and the nightingale” ne è il miglior preludio. Kelly sale in cattedra, tesse trame stupefacenti per un Hogarth strepitoso e quanto mai emozionante. Incredibile la fusione di ogni componente della band, ognuno estrae qualcosa di stupefacente e sempre attinente senza mai invadere. Mancavano solo i cori finali per i brividi da Marillion! E poi anche l’elettrica di Steve Rothery per tenere la scossa. Fortuna c’è “Sierra Leone” che lascia un pò il fiato per riflettere su cosa ci sta succedendo. Piano e voce, lenta e zuccherosa ballata che poi si trasforma ipnotica fino ad esplodere in un orchestra di brividi che ognuno di questi musicisti ha sontuosamente creato con un’inarrivabile varietà timbrica dei singoli strumenti. Il pezzo è un altiscendi complesso di atmosfere e ritmiche, magistralmente coese e di raro incanto. Si era sentito poco il basso di Trewavas, a lui si deve l’intro abissale  ed enigmatico dell’ultima suite: “Care”. Il brano canta la sofferenza, di chi ci lascia per sempre e di chi ha dedicato la vita agli altri. Difficile descrivere un pezzo così articolato e bello da accecare la ragione. Le note di pianoforte in “Every cell-part” valgono da sole l’acquisto, poi mettiamoci anche l’assolo tagliente di un Rothery che squarcia l’anima e ci possiamo congedare e congelare in uno stato di grazia che solo certa Musica ha il potere di elargire. Grazie Marillion, non mi aspettavo ancora un simile capolavoro. Steve Hogarth, Steve Rothery, Mark Kelly, Pete Trewavas, Ian Mosley: angels on Earth.     Best tracks: “Be hard on your self”, “The crow and the nightingale”, “Sierra leone”, “Care”.  8/10