I misteri della mente, l’anima che fluttua nello spazio, il corpo che insegue il tempo… è tutta l’immaginazione che costruisce la musica di Schulze o tutta la musica di Schulze che costruisce l’immaginazione nel suo angolo massimo? L’espressione musicale di Schulze  è certamente quella più spaziale che l’immaginazione possa produrre o farsi produrre, quindi la perdita dello spazio e del tempo è la condizione “sine qua non”. Klaus Schulze ha lasciato questo mondo poco prima la pubblicazione di questo suo ultimo viaggio cosmico e per questo ne diventa il Suo Testamento. Ascoltare questa Musica diventa un’esperienza extra-sensoriale, un culto emotivo più forte ancora di tutta la sua lunghissima discografia. Il Padre della Musica Elettronica, il pioniere del Krautrock, il guru intergalattico ha fatto diventare “stereotipo di consumo” il viaggio musicale di oltre 30 minuti in cui (parafrasando Piero Scaruffi) timbri di synth e ritmi sintetici  si intrecciano  e si dilatano fino ad imbastire una sospensione ineluttabile delle vicende terrene. Parlare di Schulze significa esporsi “all’esperienza Schulze” e così consapevoli ed entusiasti è possibile far partire quest’ultimo meraviglioso viaggio. “Osiris” ci immerge molto lentamente nell’universo sonoro dell’artista, tappeti sonori dilatatissimi cominciano a bollire con un sequencer appena accennato, uno che va ed uno che viene dentro un’atmosfera sospesa e ripetuta, volumi che si alzano e si diminuiscono senza però che accada nulla di diverso. La successiva “Seth” ci proietta immediatamente dentro scontri cosmici e già le prime sequenze di accordi costruiscono lentamente la tela sonora in cui si infrange d’incanto il primo sequencer. Questo è un momento toccante e straziante: le immagini si condensano e si moltiplicano in un ritmo accennato ma efficacissimo. Alcuni accordi cominciano a farsi insistenti, più alti in un piano sonoro in cui regna sì l’attesa ed un pò di inquietudine ma, nonostante tutto, un paesaggio confortante. Improvvisamente tutto si spezza, tutto è frenato, ed è un violoncello (di Wolfgang Tiepold) ad indicarne il bivio: siamo nel bel mezzo di eventi stellari in cui è possibile alla fine riprendersi ma solo sull’avanzare ipnotico di un nuovo sequencer che avanza sugli inserti timbrici di quel violoncello straziante quanto emozionante fino al suo esaurimento. Siamo di nuovo catapultati dove avevamo iniziato ma qui il violoncello esaspera i pad finali di questo pezzo dalla bellezza inaudita. “Der hauch des lebens” è davvero il battito della vita. Siamo dentro luoghi siderali, freddissimi, ai margini del sistema solare. Suoni di synth stratificati che si ravvivano da un altiscendi al sequencer di cui Schulze è maestro incontrastato e acutizzati dalla voce di Maria Kagermann. Non ci si rende conto come tutto sembra sia cambiato e cresciuto, nonostante tutto sia rimasto invariato nei sedici minuti trascorsi. Allo spegnersi del sequencer però sembra davvero tutto stia morendo, minuti flebili  e desolanti, indecisi da un nuovo sequencer che riparte ma con  synth incerti, stramazzanti fino alla solennità di un altissimo pad che si erge ad indicarne la fine, come un organo da chiesa. Se Klaus Schulze ha voluto descrivere o immaginare la sua morte, non c’è riuscito perché questa Musica resterà immortale. La ciclicità così ridondante nella sua Musica è la ciclicità rappresentata nella grafica di questo suo testamento. Se un’anima potrà fluttuare ancora vagante nello spazio certamente quella potrà essere dell’artista tedesco o di quelli che così l’hanno sempre immaginata. Grazie intanto di questo capolavoro, tua opera magna.   Best tracks: “Seth”, “Der hauch des lebens”.  9/10