
Le loro uscite discografiche si fanno sempre più sorprendenti, fitte e costanti, dopo l’ottimo “The assassination of Julius Caesar” del 2017 hanno piazzato la prosecuzione naturale firmata “Flower of evil” e lo strumentale “Scary Muzak”, una deviazione in ambito cinematografico per l’ammirazione alle pellicole dark di John Carpenter. Con quest’ultimo lavoro si torna alla produzione più easy ma non per questo meno affascinante. Il loro black metal elettronico è sempre progredito nel tempo verso l’electro-pop dei Depeche Mode trovando negli ultimi album una linea di continuità stilistica molto interessante ed ispirata nella matrice del darkwave. Già l’opener “Ghost entry” fa il verso alle sonorità di Dave Gahan e soci, un mid-tempo semplice che fa emergere le invocazioni di Kristoffer Rygg. E’ la successiva e bellissima “A city in the skies” a chiudere il cerchio con un refrain avvincente in un background emozionale costruito su arpeggi chitarristici e intrecci tastieristici (orchestrazionii e pad). Le emozioni crescono ancora con l’atmosferica “Forgive us” che oltre al solito avvincente refrain è arricchita di un lungo fraseggio alla tromba da brividi. Siamo già immersi in quello che si profila un bel viaggio ed infatti “Nocturne #1” ci accompagna ipnotizzati. Il synthwave di questo pezzo rimanda al loro ultimo “Scary Muzak”: un tappeto sonoro profondo ed inquietante, ossessivo e struggente nel quale si articolano segnali ambientali guidati da un motivo del synth trainante e che si fa memorizzare ed amare. I suoni degli 80 colorano la lenta e tribale “Locusts” e la più pop “Hollywood babylon” mentre “Red light” è la più astrusa dell’intero album: la voce di Rygg costruisce il motivo sopra un discreto lavoro chitarristico con accenti delay e basso pulsante e poi cedere lo scettro all’intervento tastieristico dal sapore orientale. “Nocturne #2” ovviamente vuol proseguire quanto ben imbastito nella prima parte ma senza lo stesso pathos. E’ invece la lunga e conclusiva “Helian (trakl)” a consacrare “Liminal animals”: sotto un tappeto di suoni lisergici ma mai invadenti si articola il parlato di Rygg sorretto dal motivo tastieristico trainante e ossessivo, piacevolmente ossessivo, tanto che è l’ascoltatore tentato a volerlo anticipare! Dalla seconda metà gli risponde un altro motivo, questa volta chitarristico, tagliente, stridulo, azzeccatissimo. In questo intreccio Rygg racconta… e noi possiamo solo congratularci con lui di questo gran bell’album dedicato al loro tastierista principale scomparso prematuramente: Tore Ylvisaker.
Best tracks: “A city in the skies”, “Forgive us”, “Helian(trakl)”. 8/10