
Il disco segna il ritorno del batterista Portnoy dopo 15 anni dalla sua uscita dal glorioso gruppo del Metal Progressive. Possiamo sezionare la discografia della band americana in tre periodi: gli esordi fino al 2002 in cui era proposto un Progressive estremamente tecnico ma intriso di forti linee melodiche, poi con “Train of thought” fino a “Black clouds...” del 2009 gli accenti sono stati rivolti ad un metal sempre più thrash ed ipertecnico, infine quello che va da “A dramatic turn of events” (nel quale Portnoy era sostituito da Mike Mangini) a “A view from…” del 2021 che ha visto la band dirottare ad album più coesi e fortemente melodici e che toccò gli apici con il concept di “The Astonishing”, un vero capolavoro paragonabile ai vendutissimi “Images and words” e “Metropolis Pt. 2”. Io li ho particolarmente apprezzati proprio in questo ultimo periodo. Già con “A view from…” qualcosa andava scricchiolando e proprio con Parasomnia la nuova svolta. Quale? Un deciso ritorno alle sonorità e composizioni del secondo periodo. Ipertecnicismi spesso fini a sé stessi senza vere idee compositive. Già l’opener “In the arms of Morpheus” tutto fa tranne che abbracciarci in un sogno, forse un incubo per la rudezza della composizione. Fughe tastieristiche, solos chitarristici, ritmi serrati sono un marchio di fabbrica che sa ormai di aria fritta se poi organizzati in questo modo così, mi permetto, avventato ed ossessivo… ne è la prova la successiva “Night terror” che si fa facilmente saltare per la sua prevedibilità. Le scale di Petrucci sono velocissime però, se vi può bastare. Dal secondo singolo “A broken man” ci sarebbe d’aspettarsi almeno un ammiccamento melodico, no, anzi. Anche il cantato di LaBrie tentenna sia quando scende che quando sale, costretto a seguire o inseguire una linea armonica che non convince, o che non c’è proprio. Poi una sequenza di soli vari e di puro riempimento. Davvero sconcertante. Gli archi che imbastiscono il leit motiv dell’album farebbero presagire a qualche novità per la seguente “Dead asleep”, no, ancora si prosegue sui riffoni di Petrucci ed un LaBrie che cerca di costruire un motivo con il cantato e poi ancora riempimenti finali che neppure Rudess riesce a darne un senso o un’emozione. “Midnight Messiah” sembra un pezzo dei Metallica adattato a LaBrie ed alle possibilità ineluttabili di Petrucci. La breve strumentale “Are we dreaming?” ci vuole ricordare che parliamo di un sogno o forse della necessità di far riposare l’ascoltatore. Sembra abbia fatto bene anche alla band che trova con la successiva “Bend the clock” il pezzo più ispirato e coeso, una power ballad nel loro stile. Ottimo il solo finale di Petrucci che però si chiude sfumato e non condivido la scelta. La lunga suite finale vuole regalare un mix dei contenuti proposti, non male se i contenuti fossero stati interessanti ma segnalo almeno La Brie che cresce in altezza ed intensità e una rotondità musicale negli intenti degli altri funamboli dei rispettivi strumenti. Rudess rimasto nell’ombra per 50 minuti si ricorda cosa fece su “The Astonishing” provando a chiudere con epicità un album confuso, stanco pur greve, roboante pur prevedibile.
Best tracks: “Bend the clock”. 5/10