Io Steven Wilson lo scoprii quando nacque (musicalmente), o quasi. Da floydiano mi emozionai subito all’ascolto di “Up the downstairs” (1993) che non era certo musica originale ma splendido prosieguo del repertorio floydiano. Da lì Wilson ne ha fatta tantissima di strada: instancabile, ossessivo e devoto alla musica, è cresciuto musicalmente e tecnicamente proprio strada facendo. Sorvolando le sue band, i suoi remix e remaster di album storici, arriva a questo “The overview” con ambizioni ancora maggiori e forse inusuali. Già il titolo lascerebbe pensare o sperare a qualcosa di spaziale ed arriva concettualmente ad immaginare un album come colonna sonora di un visual-art: cosa e come possono vedere gli astronauti nel “nostro misero ed effimero mondo” dopo averlo visto tutto insieme dal di fuori? Insomma tutto lascerebbe presagire ad un album ancora diverso e soprattutto con forti connotati elettronici ad estensioni della Kosmik Music. Invece no, è fondamentalmente puro Prog anni 70 con le solite e spesso ormai banali e prevedibili contaminazioni del suo lungo percorso musicale. Due lunghe suite, divise in più parti. La prima “Objects outlive us” spazia musicalmente in quello che aveva già ampiamente perlustrato con “The Raven that…”: ci sono refusi di Yes e l’immancabile mellotron (“The buddha of the modern age”), accenti più “easy” per il singolo “Objects meanwhile” che ci rimanda a “Hand. Cannot. Erase”, la crimsoniana “Cosmic sons of toil” con Randy McStine in evidenza alla chitarra elettrica come sulla conclusiva “Heat death of the Universe” che marchia con un sapore jazzistico. Di questa prima suite che descrive la connessione tra gli elementi cosmici e quelli terreni (del nostro mondo) segnalo la presenza di Russel Holzman, il figlio del fido tastierista Adam. Nella seconda suite “The Overview” si descrive l’universo intero da una prospettiva diversa, fuori dal nostro mondo e dalla nostra Terra. Torna Craig Blundell alla batteria ma l’inizio è affidato all’egregio lavoro di Steven con il sound design (“ The perspective”). E’ l’unico episodio strumentale davvero elettronico ed è il più convincente. Si torna poi ad un sound più consueto ma meno prog e pomposo della prima suite. I Porcupine del primo periodo sono evocati in “A beautiful infinity” almeno da un punto di vista strumentale perché vocalmente i ritornelli sono tutti della sua ultima carriera solista. Il coinvolgimento della moglie Rotem alla voce è l’altra novità assieme al bel moog solo di Holzman in “Infinity measured in moments”. Chiude l’album la strumentale “Permanence” con gli accenti nostalgici della celesta di Wilson ed il sax di Travis. Che dire?! Le premesse erano ambiziose, l’idea concettuale molto interessante ma non mi ha convinto la scelta di dipingere argomenti come l’Entanglement con questo tipo di musica che tra l’altro ho trovato troppo spesso armonicamente sfilacciata se non addirittura sconclusionata, però devo segnalare il bellissimo lavoro di grafica tridimensionale per le immagini di supporto a questo mezzo flop. Forse è il momento per Steven di prendersi una lunga pausa di riflessione e riordinare le idee.  

Best tracks: “Objects meanwhile”, “Perspective” 6/10