
Ottavo capitolo dell’altra operazione musicale di Mariusz Duda che affianca con una certa costanza quella prog metal dei Riverside. I primi album erano una versione intimista dell’artista in un contesto prettamente acustico, gli ultimi andavano sempre più elettrizzandosi quantomeno con maggiore uso dell’elettronica, dei sintetizzatori. Le tematiche affrontate sono esistenzialistiche, siamo qui, in un viaggio nell’oscurità e le atmosfere restano sempre malinconiche, come marchio di fabbrica. Ben rappresenta quanto detto l’opener “The world under unsun”, un incedere ipnotico, lento, costruito su un bel motivo evocato molto bene alla fine con il pianoforte. ”Loop of fate” ha una connotazione più percussiva, tribale, molto più vicina ai suoi esordi e l’utilizzo anche del sax non arricchisce comunque l’idea di base piuttosto scontata. La superacustica “Good memories don’t want to die” è ancor più strasentita e sorvolo. “Monsters” è più cattiva e per certi versi interessante, soprattutto nella seconda metà con dei vocalizzi quasi in falsetto ed una specie di “sitar solo” molto bello. Ancora più bella la successiva “The prophecy”, un motivo trainante supportato da intrecci vocali azzeccatissimi ed anche una chitarra elettrica di fondo che la rende rock quasi alla Riverside. La partenza cinematografica di “Mind obscured, heart eclipsed” introduce il giro di basso di Duda che a sua volta innesca un gioco fin troppo lungo di acustica, percussioni e rifiniture di elettrica e sax. Non so, non mi ha convinto pur apprezzando il tentativo di sperimentare qualcosa di diverso. “Torn in two” richiama qualcosa dei Porcupine Tree, pianoforte e voce di Duda e poi quelle orchestrazioni di fondo, si, fanno l’occhiolino a Wilson e Barbieri. Bella comunque. L’apertura del secondo disco “Hands made of lead” poteva stare in quel magnifico album strumentale dei Riverside corrispondente a “Eye of the soundscape”: vorticoso giro di basso, dilatazioni tastieristiche, pennellate di sax e base lisergica ai synth, tutto sorretto da un buon drumming. La cadenzata “Ardour” costruita su bel lavoro all’acustica quasi di carattere lusitano e soliti cori alla Duda. Le corde malinconiche e pizzicate introducono “Game called life” che si alternano a maestoso pad e bel giro finale di piano per sterzare poi ad un nuovo incedere più lineare tra acustica e vocalizzi. Le atmosfere orientaleggianti e quasi tibetane diventano improvvisamente modernistiche con un lavoro sopraffino dei sintetizzatori. Un bel gioco chiamato Musica! “Confession” riporta al già sentito nonostante le “dilatazioni Porcupine” finali, il cantato di Duda annoia. “Parallels” ha il solito refrain ma in un ambito più ambient. “Self in distorted glass” ha tutto il peggio che poteva riproporre Duda, il suo cantato petulante che sorregge ritmi cadenzati e banalizzati. Gli oltre 90 minuti si chiudono con “The new end”, una ballata piano e voce che non si fa troppo ricordare. Non ho mai amato il timbro ed il cantato generale di Duda che vale molto di più come compositore e performer. Anche in quest’occasione lo ha dimostrato: tante buone idee ed utilizzo sapiente e coraggioso di diversi altri strumenti (mi è piaciuto molto il pianoforte che allacciava spesso in molti pezzi) ma anche diversi momenti noiosi.
Best tracks: “Monsters”, “Hands made of lead”, “Game called life”. 7/10